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    November 16

    Autocensurato.

     

     

    Chi descrive la generazione della house music, dei “clubbers”, come una mandria di nichilisti insensati, di materialisti disinteressati e di relativisti privi di sentimento, dovrà fare un passo in dietro, mettere da parte tutti i preconcetti e ricostruirsi un’idea su un mondo sfaccettato, che non è fatto solo di alcolici autisti del sabato notte, drogati, e lobotomici danzatori.

    Sembra scontato da dirsi, quasi banale, ma in periodo come questo, in cui il proibizionismo serpeggia tra i piani alti della classe politica, camuffato da rimedio istantaneo a tutti i mali degli under 30, e la caccia alle streghe è ricominciata, seppur con forme, metodi, e obbiettivi diversi, quelli che vengono demonizzati più di tutti sono proprio coloro i quali non aderiscono a questo clima di sterilità intellettuale e culturale, che affligge la nostra penisola da qualche tempo.

    I “Bamboccioni”, quindi, domenica 11 Novembre, si sono dati appuntamento al “The Block”, uno dei gay club più famosi e discussi di tutto il nord est, dove si è svolta una serata animata dai DJs Flavio Vecchi, Alex Neri, Giuliano Veronese, Alex Natale e Andy J. (tutti nomi importanti della scena house italiana), il cui ricavato è stato devoluto interamente al centro AIDS pediatrico di Padova.

    “L’idea di organizzare serate di beneficenza in discoteca”, ci assicura Mario Borsato, stilista, nonché padrino ad honorem della serata, “non è nuova in città come Milano, dove molti club organizzano eventi glamour allo scopo di raccogliere fondi; così abbiamo voluto provarci anche qui, a Padova”.

    “È stato molto complicato e laborioso”, ribatte l’organizzatore, Giancarlo Romiati, “ma mai quanto quello che fanno loro”, aggiunge, indicando il Dott. Carlo Giaquinto, che, oltre ad essere il responsabile del centro AIDS pediatrico di Padova, è il coordinatore del progetto Uganda: “il nostro centro è stato fondato nel 1984 ed è uno dei più importanti d’Europa nel follow up di madri e bambini sieropositivi; a Padova ne seguiamo oltre 700, mentre in Uganda, a Campala, dove abbiamo dato vita ad un altro centro, grazie alla collaborazione dell’azienda ospedaliera, seguiamo più di 1000 bambini, a cui somministriamo la terapia anti-retrovirale”.

    Bambini che, altrimenti, non avrebbero alcuna speranza di ricevere cure adeguate. In Uganda, infatti, più di 100.000 neonati nascono da madri sieropositive, così, quella che per noi è diventata ormai una malattia come tante altre, pur nella tragicità di questa accezione, nel continente nero è ancora un vero e proprio flagello, paragonabile, in un certo modo, alla peste che affliggeva l’Europa medioevale.

    “In Africa c’è un forte stigma, che porta a discriminare i malati di HIV, che vengono visti con sospetto; non c’è nessuna educazione all’uso del preservativo, nessuna educazione alla prevenzione; in buona parte questo è dovuto ai principi religiosi della chiesa cattolica, ma anche, ovviamente, a problemi di tipo economico”, ci dice Martina Penazzato, responsabile del progetto Uganda, che è appena tornata da Campala: “le terapie anti-retrovirali sono ancora ad accesso limitato, per ovvie ragioni economiche, e le aspettative di vita sono molto più basse rispetto a quelle di un sieropositivo europeo”.  

    Così, proprio in uno dei locali additati come tempio della perdizione, covo di omosessuali relativisti, pervertiti e drogati, nonché untori di HIV, ci siamo ritrovati, una domenica notte, tra un gin lemon e un ballo sinuoso, in mezzo a tanta gente di tutte le età, sessi, sessualità, e razze, a fare discorsi costruttivi sull’AIDS e sui problemi dell’Africa: sicuri di aver speso bene quei 12 euro dell’ingresso, non solo per il divertimento e per la musica d’avanguardia, che qui, al block, sono una costante matematica, ma anche per una buona azione, che compiamo sempre, tutti, volentieri.

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